Commissioni maker e taker, mezzo spread, impatto e deriva: come si compone il costo reale di un’operazione, con il calcolo completo su un caso concreto.
La schermata di conferma riporta una riga sola: commissione, tot euro. Sembra il costo dell’operazione, e non lo è. È la voce che la piattaforma incassa direttamente, l’unica che ha interesse a scrivere per esteso, e in molti casi vale meno della metà di quello che l’operazione toglie davvero dal conto.
Il resto si nasconde in tre posti diversi: nella distanza fra il prezzo di acquisto e quello di vendita, nel movimento che l’ordine stesso provoca mentre viene assorbito, e nel tempo che passa fra il momento in cui si decide e il momento in cui il libro risponde. Nessuna di queste tre voci compare in un estratto conto, perché non è un addebito: è un prezzo peggiore.
Misurarle richiede un po’ di aritmetica e un riferimento scelto prima di operare. Chi non lo fa continua a ottimizzare l’unica voce visibile, che è anche la più piccola, e lascia intatte le altre tre.
Le voci di costo, in breve
- Commissione. Percentuale sul controvalore, diversa per chi aggiunge liquidità e per chi la toglie.
- Mezzo spread. Chi esegue subito compra sopra il punto medio e vende sotto: la differenza è un costo, sempre.
- Impatto. Un ordine grande consuma più livelli del libro e ottiene un prezzo medio peggiore del migliore disponibile.
- Deriva. Il tempo fra la decisione e l’esecuzione ha un prezzo, e non è mai zero.
- Il riferimento. Senza annotare il prezzo al momento della decisione, nessuna di queste voci è calcolabile a posteriori.
Commissioni maker e taker, la parte che si vede
Le commissioni maker e taker distinguono due comportamenti opposti rispetto al libro ordini. Chi inserisce un ordine che resta in attesa aggiunge profondità e viene classificato come maker. Chi inserisce un ordine che si esegue subito contro quelli già presenti toglie profondità ed è un taker. La seconda categoria paga di più, e la differenza non è simbolica.
La logica è chiara una volta esplicitata: la sede di negoziazione vende profondità, quindi paga meno chi gliela fornisce e fa pagare di più chi la consuma. Alcune sedi arrivano a riconoscere un accredito ai maker più attivi, coprendolo con quanto incassano dai taker. Le tabelle sono quasi sempre a scaglioni, con soglie legate al volume negoziato in un periodo mobile, e questo produce un effetto poco intuitivo: la stessa operazione costa in modo diverso a seconda di quanto si è operato nelle settimane precedenti.
Due dettagli operativi vanno letti nelle condizioni e non dedotti. Il primo è in quale unità viene prelevata la commissione, perché su una coppia il conteggio può avvenire sulla valuta di scambio o sull’attività acquistata, con effetti diversi sulla ricostruzione contabile. Il secondo è l’arrotondamento: su ordini piccoli e frazionati, l’arrotondamento per eccesso applicato a ogni esecuzione parziale è una voce che si accumula.
Lo spread è un costo anche senza commissione
Su qualunque libro esistono due prezzi: quello più alto che qualcuno è disposto a pagare e quello più basso a cui qualcuno è disposto a vendere. In mezzo c’è il punto medio, che nessuno paga e che serve come riferimento teorico. Chi esegue immediatamente attraversa metà di quella distanza, e la attraversa di nuovo quando chiude la posizione.
Ne segue che una sede senza commissioni non è una sede senza costi. Se lo spread applicato è più largo, il costo è semplicemente spostato: non viene addebitato, viene incorporato nel prezzo. È il modello di quasi tutte le funzioni di scambio immediato integrate nelle applicazioni, dove si vede un prezzo unico e non si vede il libro da cui deriva.
Lo spread non è nemmeno una costante. Si allarga quando la variabilità aumenta, quando il volume si assottiglia nelle ore meno frequentate e nei minuti successivi a un movimento brusco: esattamente le situazioni in cui si tende a operare con più urgenza. Misurarlo una volta sola, in una giornata tranquilla, produce un numero che non descrive il costo che si sosterrà quando servirà davvero.
Il confronto onesto fra due sedi si fa quindi sommando commissione e mezzo spread nello stesso istante, sulla stessa coppia e sulla stessa taglia. Confrontare la sola tabella delle commissioni porta sistematicamente alla conclusione sbagliata, e più lo spread è largo più la conclusione è sbagliata.
L’impatto sul prezzo cresce con la taglia dell’ordine

Il prezzo migliore vale per una quantità limitata. Un ordine che supera quella quantità continua a eseguirsi sui livelli successivi, ciascuno peggiore del precedente, e il risultato finale è un prezzo medio che si allontana dal migliore in proporzione a quanto si è dovuto scendere nel libro.
La relazione non è lineare. Finché l’ordine resta ben dentro la profondità disponibile ai primi livelli, l’effetto è trascurabile; oltre quella soglia cresce rapidamente, perché i livelli lontani dal centro sono di solito più sottili. Su strumenti poco scambiati la soglia arriva molto prima di quanto suggerisca il volume giornaliero riportato, che è una somma di molte operazioni piccole e non una misura di quanto il libro assorba in una volta sola.
C’è poi una componente che non si esaurisce con l’esecuzione. Un ordine visibilmente grande modifica il comportamento di chi osserva il libro, e parte dello spostamento resta anche dopo. Distinguere la parte temporanea da quella permanente richiede osservazioni ripetute, ma la conseguenza pratica è già chiara senza misurarla: la stessa quantità eseguita in più tranche costa meno della stessa quantità eseguita in un colpo solo, a parità di tutto il resto. Chi segue l’analisi dei grafici e degli indicatori tende a concentrarsi sul livello di ingresso e a trascurare del tutto la meccanica con cui quel livello viene raggiunto.
Il prezzo di riferimento decide se il conto è onesto
Ogni misura di costo è una differenza rispetto a qualcosa, e la scelta di quel qualcosa cambia il risultato. Il riferimento più severo, e anche il più utile, è il prezzo esistente nel momento in cui si è deciso di operare: tutto ciò che accade dopo, incluso il ritardo nel premere il pulsante, è costo.
Le alternative sono più indulgenti e vanno riconosciute. Confrontare il prezzo ottenuto con il prezzo medio del periodo di esecuzione misura la bravura nell’eseguire, non il costo complessivo, e nasconde per costruzione la deriva iniziale. Confrontarlo con il prezzo del primo livello al momento dell’invio elimina anche l’impatto. Sono metriche legittime, ciascuna con il suo scopo, e diventano ingannevoli solo quando vengono presentate come misura del costo totale.
La regola operativa è annotare il riferimento prima, non dopo. Un valore recuperato a posteriori dal grafico tende a coincidere con quello che conferma la decisione presa, e non per malafede: è la ricostruzione della memoria a scegliere il minuto più comodo.
Un esempio numerico, voce per voce

Le cifre che seguono sono un esempio costruito per mostrare le proporzioni, non una rilevazione di mercato. Ipotesi: acquisto per 20.000 euro, spread di quattro centesimi di punto percentuale, commissione taker dello 0,10 per cento, ordine che scende di qualche livello nel libro e mezzo minuto fra decisione ed esecuzione.
| Voce | Come nasce | Nell’esempio | In euro |
|---|---|---|---|
| Mezzo spread | Distanza fra punto medio e prezzo eseguibile | 0,02% | 4 |
| Commissione taker | Tabella della sede, scaglione applicato | 0,10% | 20 |
| Impatto | Livelli consumati oltre il migliore | 0,08% | 16 |
| Deriva | Movimento fra decisione e invio | 0,05% | 10 |
| Totale | Somma delle quattro voci | 0,25% | 50 |
La commissione, unica voce visibile nella conferma, pesa venti euro su cinquanta: il quaranta per cento del costo effettivo. Le altre tre non compaiono da nessuna parte e insieme valgono di più. Se la stessa operazione fosse stata eseguita con un ordine in attesa, la commissione sarebbe stata più bassa e il mezzo spread sarebbe diventato un accredito invece che un costo, ma sarebbe cresciuta la deriva, perché l’attesa dura più di mezzo minuto e non garantisce l’esecuzione.
Le voci che restano fuori dalla tabella
Il conto dell’esempio riguarda la singola esecuzione. Attorno a essa ne esistono altre, di solito ignorate perché maturano in momenti diversi e non vengono associate all’operazione che le ha rese necessarie.
- Prelievo. Spesso un importo fisso per rete, indipendente dalla somma: su cifre contenute diventa la voce dominante.
- Commissione di rete. Ogni movimento sulla catena si paga, e il prezzo dipende dalla congestione del momento, non dalla propria urgenza.
- Conversione di valuta. Un conto in euro operato su coppie denominate in dollari incorpora un margine sul cambio, che raramente compare come riga separata.
- Finanziamento. Le posizioni a leva e i contratti senza scadenza prevedono pagamenti periodici che si accumulano finché la posizione resta aperta.
- Adempimenti. La documentazione delle operazioni e il trattamento fiscale seguono la disciplina italiana e richiedono estratti che conviene scaricare quando sono disponibili.
Il criterio per riportarle nel conto giusto è semplice: ogni costo che non sarebbe esistito senza quella operazione appartiene a quella operazione. Un prelievo effettuato per incassare il risultato di un’operazione ne è parte, anche se matura tre settimane dopo e compare su una schermata diversa. Tenerle separate produce un conto ottimistico e stabile nel tempo, che è il modo più efficace per non accorgersi mai del problema.
L’ordine in attesa non è gratis
Passare da taker a maker riduce due voci su quattro, e per questo viene presentato come la scelta ovvia. Ha però un costo proprio, che non compare in nessun rendiconto perché non è un addebito ma un mancato accadimento.
Il primo elemento è il rischio di non esecuzione. Un ordine collocato a un prezzo migliore del corrente può restare inevaso mentre il mercato si allontana, e a quel punto la scelta è fra inseguire, pagando più di quanto si sarebbe pagato all’inizio, o rinunciare.
Il secondo è più sottile e conta di più. Un ordine in attesa viene eseguito quando qualcuno decide di attraversare lo spread per colpirlo, e quel qualcuno lo fa perché ha una ragione. In media, quindi, gli ordini in attesa si eseguono nei momenti meno favorevoli: la selezione non è casuale. È un costo statistico, invisibile sulla singola operazione e misurabile solo su una serie sufficientemente lunga, ed è il motivo per cui una strategia interamente passiva rende meno di quanto la sola differenza fra le due commissioni farebbe sperare.
Ne deriva una regola di buon senso: la scelta fra le due modalità non si fa per abitudine ma operazione per operazione, guardando quanto è vincolante il momento in cui si vuole essere dentro o fuori. Dove il momento conta poco, l’attesa ripaga; dove conta molto, attraversare lo spread è il prezzo della certezza.
Come si misura il costo di esecuzione nel tempo
Serve una sola riga per operazione, compilata sempre allo stesso modo. Il prezzo di riferimento annotato al momento della decisione, il prezzo medio effettivamente ottenuto, la commissione pagata, la taglia e il tipo di ordine. Da questi cinque campi si ricava lo scarto complessivo, espresso in centesimi di punto percentuale per renderlo confrontabile fra operazioni di dimensione diversa.
L’analisi utile arriva dopo qualche decina di righe. Si raggruppa per fascia di taglia e si guarda come cresce lo scarto medio: è la propria curva di impatto, misurata sulle proprie operazioni invece che stimata da un modello. Si confrontano poi ordini immediati e ordini in attesa a parità di fascia, tenendo conto anche di quelli non eseguiti, che vanno registrati perché la loro assenza è il costo di cui si è appena parlato.
La dispersione conta quanto la media. Uno scarto medio contenuto con qualche esecuzione molto peggiore delle altre indica un problema di orario o di condizioni di mercato, non di metodo, e si corregge cambiando quando si opera. Chi confronta orizzonti diversi trova qui una differenza sostanziale, perché la stessa voce di costo pesa in modo opposto fra un orizzonte lungo e un’operatività frequente.
Che cosa chiede il quadro regolatorio sull’esecuzione
Chi presta servizi di negoziazione nell’Unione europea è tenuto ad adottare misure per ottenere il miglior risultato possibile per il cliente, valutando prezzo, costi, rapidità e probabilità di esecuzione, e a rendere trasparenti le condizioni economiche applicate. Il principio, elaborato per i mercati finanziari tradizionali e descritto nella documentazione dell’ESMA, è stato ripreso nel quadro europeo sui servizi in cripto-attività.
Nella pratica questo significa che la politica di esecuzione deve essere pubblicata e che le voci di costo devono essere reperibili. Non significa che il costo totale venga calcolato al posto dell’utente: la trasparenza riguarda le condizioni, non la ricostruzione del singolo caso, che resta un esercizio da fare per conto proprio.
Una precisazione sul perimetro di questo testo: si misurano costi, non si suggeriscono operazioni. Non ci sono indicazioni su che cosa negoziare, quando o con quale dimensione, e nulla di quanto scritto è consulenza finanziaria. Ridurre il costo di esecuzione migliora un risultato qualunque esso sia, e non rende profittevole una decisione che non lo era, come mostra chiaramente chi osserva la variabilità di questi mercati su periodi lunghi.
Domande frequenti
Conviene sempre usare ordini in attesa per pagare meno?
Non sempre. Riducono commissione e mezzo spread, ma introducono il rischio di non esecuzione e la selezione avversa, entrambi costi reali che non compaiono nei rendiconti. Su operazioni con un vincolo di tempo stringente l’ordine immediato è spesso più economico nel complesso, nonostante la commissione più alta.
Come faccio a stimare l’impatto prima di inviare l’ordine?
Si somma la quantità disponibile sui primi livelli del libro fino a coprire la taglia che si vuole eseguire e si calcola il prezzo medio che ne risulta. La differenza rispetto al primo livello è l’impatto atteso in condizioni immutate. È una stima ottimistica, perché il libro cambia mentre l’ordine viene assorbito.
Una sede senza commissioni è più conveniente?
Solo se lo spread applicato è confrontabile. Dove non si addebita nulla, il ricavo è quasi sempre incorporato nella differenza fra prezzo di acquisto e di vendita, e su strumenti poco scambiati quella differenza può superare abbondantemente una commissione ordinaria. Il confronto va fatto sulla somma delle due voci, nello stesso momento.
Perché il prezzo che vedo non è quello a cui eseguo?
Perché il valore mostrato è di solito l’ultimo scambio avvenuto, non il prezzo a cui si può eseguire adesso. Fra i due c’è almeno mezzo spread, più il movimento intercorso nel frattempo. Il riferimento corretto per un acquisto immediato è il miglior prezzo in vendita presente sul libro in quell’istante.
Vale la pena frazionare un ordine di dimensione media?
Dipende dal rapporto fra la taglia e la profondità disponibile sui primi livelli. Se l’ordine resta ampiamente dentro quella profondità, frazionare aggiunge commissioni e tempo senza ridurre l’impatto. Se la supera, il frazionamento riduce la parte più costosa del conto, e la soglia si individua misurando il proprio scarto per fascia di taglia.
Il modo più rapido per verificare tutto questo è annotare il prezzo di riferimento sulle prossime dieci operazioni e confrontarlo con quello ottenuto. Il numero che ne esce è quasi sempre più grande della commissione, ed è quello su cui vale la pena lavorare.
