Il calcolo prezzo di liquidazione voce per voce: margine allocato, scaglioni di mantenimento, commissioni e finanziamento, con due esempi numerici completi.
Una posizione con leva dieci viene aperta a cento euro l’unità. L’interfaccia indica un prezzo di liquidazione, il conto fatto a mente ne restituisce un altro, e due ore dopo il numero sullo schermo si sposta da solo senza che nessuno abbia toccato la posizione. Tre cifre diverse per la stessa operazione.
Nessuna delle tre è sbagliata: misurano cose diverse. Una ignora il margine di mantenimento, una comprende la commissione di chiusura, una tiene conto del finanziamento già addebitato. Fra la prima e l’ultima, su una posizione da diecimila euro, ballano alcune decine di euro, ed è esattamente la fascia in cui si decide se la soglia viene toccata oppure no.
Quello che segue è il conto completo, con ogni voce al suo posto. Riguarda la meccanica del margine e nient’altro: non indica quali strumenti negoziare, in quale direzione né con quale leva. Le operazioni con margine possono azzerare il capitale impegnato in tempi molto brevi, e conoscere la formula non riduce questa possibilità.
Che cosa serve per il calcolo
- Cinque numeri, non uno. Prezzo di ingresso, quantità, margine effettivamente allocato, aliquota di mantenimento dello scaglione e commissione di chiusura.
- La leva è una scorciatoia. Serve solo a ricavare il margine iniziale; nella formula entra il margine, non il moltiplicatore.
- L’aliquota cambia con la taglia. Aumentando il valore nozionale si sale di scaglione e la soglia si avvicina, a parità di tutto il resto.
- Il prezzo che innesca la chiusura è un altro. Quasi ovunque si usa un riferimento costruito su più sedi, non l’ultimo scambio locale.
- Il conto va rifatto. Ogni addebito di finanziamento e ogni aggiunta di margine spostano la soglia.
Il prezzo di liquidazione non è una soglia decisa dalla piattaforma
La chiusura forzata non è una punizione discrezionale. È il punto in cui il valore residuo della posizione scende sotto la garanzia minima che il sistema richiede per tenerla aperta. Fino a quel livello la perdita è sopportata dal margine allocato; oltre, sarebbe sopportata da chi sta dall’altra parte, e nessun sistema di compensazione lo consente.
Ne segue che la soglia si ricava da un’uguaglianza, non da una tabella: il capitale residuo assegnato alla posizione, calcolato al prezzo corrente, deve restare pari o superiore al margine di mantenimento richiesto a quel prezzo. Il prezzo che rende i due termini uguali è il prezzo di liquidazione.
Da questa formulazione discende anche la ragione per cui il numero si muove. Il termine di sinistra cala a ogni addebito di finanziamento e a ogni commissione; il termine di destra cresce se il valore nozionale aumenta. Nessuno dei due è fisso, quindi la soglia non è un dato ma il risultato di un calcolo che va rifatto quando cambiano gli ingredienti.
Margine iniziale e leva sono la stessa informazione scritta due volte
Il margine iniziale è la frazione del valore nozionale che va depositata per aprire. La leva ne è il reciproco: leva dieci significa un decimo, cioè il dieci per cento. Le due grandezze contengono lo stesso contenuto e si usa l’una o l’altra per abitudine, non per necessità.
Il punto che genera errori è un altro: il margine che conta nella formula non è quello teorico ma quello effettivamente assegnato alla posizione. Chi apre con leva dieci e poi versa altro margine su quella posizione ha di fatto ridotto la leva, anche se l’etichetta sullo schermo continua a indicare dieci. La soglia si allontana in proporzione al margine aggiunto, non all’etichetta.
Per la stessa ragione la leva massima consentita dalla sede non descrive la leva impiegata. Chi apre una posizione da mille euro nozionali su un conto da mille euro sta operando senza leva, quale che sia il valore selezionato nel menu. Il rapporto rilevante è fra nozionale e capitale disponibile.
Il margine di mantenimento cresce a scaglioni
L’aliquota di mantenimento non è una costante. Le sedi la organizzano in fasce di valore nozionale: più la posizione è grande, più alta la percentuale richiesta e più bassa la leva massima ammessa. La logica è di liquidità, non commerciale: una posizione grande, in caso di chiusura forzata, deve attraversare più livelli del libro ordini, quindi richiede un cuscinetto proporzionalmente maggiore.
Lo schema che segue è illustrativo e serve a mostrare la forma della progressione, non a riprodurre i valori di una sede specifica, che vanno letti nella documentazione del contratto.
| Valore nozionale | Margine di mantenimento | Leva massima |
|---|---|---|
| fino a 50.000 | 0,50% | 50 volte |
| da 50.000 a 250.000 | 1,00% | 25 volte |
| da 250.000 a 1.000.000 | 2,50% | 10 volte |
| da 1.000.000 a 5.000.000 | 5,00% | 5 volte |
| oltre 5.000.000 | 10,00% | 2 volte |
C’è una conseguenza che sfugge quasi sempre: aumentare una posizione già aperta può farla salire di scaglione e alzare l’aliquota su tutto il nozionale, non solo sulla parte aggiunta. Alcune sedi applicano il calcolo per fasce successive, altre applicano l’aliquota dello scaglione raggiunto all’intero valore. La differenza fra i due metodi va verificata prima, non dopo.
Calcolo prezzo di liquidazione, passaggio per passaggio
Il calcolo prezzo di liquidazione parte dall’uguaglianza descritta sopra e si risolve in una riga. Per una posizione lunga su un contratto regolato nella valuta di conto, il capitale residuo è il margine allocato più la variazione di valore, cioè la differenza fra prezzo corrente e prezzo di ingresso moltiplicata per la quantità.
Il requisito minimo, dall’altra parte, è l’aliquota di mantenimento moltiplicata per il valore nozionale calcolato al prezzo corrente. A questa si somma la commissione che verrebbe addebitata per chiudere, perché anche quella deve essere coperta dal margine residuo.
Uguagliando i due termini e isolando il prezzo si ottiene la formula: il prezzo di liquidazione è pari al valore nozionale di ingresso meno il margine allocato, il tutto diviso per la quantità moltiplicata per uno meno l’aliquota di mantenimento e meno l’aliquota di commissione. Per la posizione corta cambiano due segni: al numeratore il margine si somma invece di sottrarsi, al denominatore le due aliquote si sommano a uno invece di sottrarsi.
Un esempio numerico completo, in posizione lunga

Dieci unità acquistate a cento euro l’una, quindi mille euro di valore nozionale. Il margine allocato è cento euro, che corrisponde a leva dieci. L’aliquota di mantenimento del primo scaglione è lo 0,50 per cento e la commissione di chiusura come aggressore è lo 0,05 per cento.
Al numeratore: mille meno cento fa novecento. Al denominatore: dieci unità moltiplicate per uno meno 0,005 meno 0,0005, cioè dieci per 0,9945, che fa 9,945. Il rapporto è 90,50. La posizione viene chiusa quando il prezzo di riferimento tocca novanta euro e cinquanta, cioè dopo un movimento contrario del 9,5 per cento.
| Voce | Valore | Effetto sulla soglia |
|---|---|---|
| Prezzo di ingresso | 100,00 | riferimento |
| Margine allocato | 100,00 | allontana |
| Mantenimento allo 0,50% | circa 0,45 | avvicina |
| Commissione di chiusura allo 0,05% | circa 0,05 | avvicina |
| Soglia risultante | 90,50 | meno 9,50% |
Chi si fermasse al conto grossolano direbbe novanta, perché con leva dieci una discesa del dieci per cento azzera il margine. Novanta è invece il prezzo di fallimento, quello a cui il margine risulta esattamente pari a zero. La chiusura forzata avviene mezzo euro prima, ed è quella distanza a garantire che la sede riesca a liquidare mentre resta ancora qualcosa da liquidare.
Lo stesso conto in posizione corta
Stessi numeri, direzione opposta. Al numeratore mille più cento fa millecento; al denominatore dieci per uno più 0,005 più 0,0005, cioè dieci per 1,0055, che fa 10,055. Il rapporto è 109,40.
La distanza dal prezzo di ingresso è del 9,40 per cento, contro il 9,50 della posizione lunga. Non è un errore di arrotondamento: le due soglie non sono simmetriche perché il requisito di mantenimento si calcola sul valore nozionale al prezzo corrente, che sale quando il prezzo sale. Chi è corto vede il proprio requisito crescere mentre la posizione va contro, chi è lungo lo vede calare.
Su un contratto regolato nell’attività sottostante invece che nella valuta di conto l’asimmetria diventa molto più marcata, perché anche il valore del margine depositato si muove con il prezzo. In quel caso la formula lineare non si applica e va sostituita con quella del contratto.
Le commissioni e il finanziamento spostano la soglia ogni giorno
Sui contratti perpetui il finanziamento viene scambiato a intervalli regolari fra le due parti. L’addebito, quando avviene, esce dal margine allocato, quindi riduce il numeratore della formula e avvicina la soglia. Su una posizione tenuta per settimane con un tasso costantemente contrario, la somma di quegli addebiti diventa una voce visibile.
Un esempio con l’aritmetica del paragrafo precedente: un addebito complessivo di dieci euro riduce il margine da cento a novanta, porta il numeratore da novecento a novecentodieci e alza la soglia da 90,50 a 91,50. Un punto percentuale di distanza in meno, senza che il prezzo si sia mosso.
La stessa meccanica funziona al contrario. Aggiungere venti euro di margine porta il numeratore a ottocentottanta e la soglia a 88,49, cioè undici punti percentuali e mezzo sotto l’ingresso. È l’unica leva che si può azionare a posizione aperta senza modificare la quantità, e va valutata sapendo che il capitale aggiunto entra a sua volta nell’area esposta.
Il prezzo che fa scattare la chiusura non è quello che scorre sul grafico
Quasi tutte le sedi innescano la liquidazione su un prezzo di riferimento costruito a partire da un indice che aggrega più mercati a pronti, non sull’ultimo scambio del contratto. La scelta serve a impedire che un movimento istantaneo su una sola sede, provocato da un ordine di grande taglia o da un guasto, chiuda posizioni ovunque.
La conseguenza pratica è che il grafico del contratto può scendere sotto la soglia calcolata senza che accada nulla, se l’indice non la raggiunge. E può accadere il contrario, in misura più rara: la posizione viene chiusa mentre il prezzo visualizzato sembra ancora sopra. La verifica corretta si fa sul riferimento, che tutte le sedi serie pubblicano accanto al prezzo di scambio.
Vale la pena capire anche come è composto quell’indice, perché il numero di fonti e il criterio di esclusione dei valori anomali ne cambiano molto la stabilità. Un indice costruito su due sole fonti è più esposto di uno costruito su sei con mediana, e questo si riflette direttamente sulla probabilità di una chiusura in un momento di scarsa liquidità, argomento che si intreccia con il comportamento dei prezzi nelle fasi più agitate.
Il fondo assicurativo e la liquidazione parziale

Quando la posizione viene chiusa d’ufficio, l’esecuzione avviene sul mercato e può ottenere un prezzo peggiore di quello di fallimento. La differenza non ricade su chi ha subito la chiusura, che ha già perso tutto il margine allocato: viene coperta dal fondo assicurativo, alimentato dalle liquidazioni concluse a prezzi migliori di quello di fallimento.
Se il fondo non basta, entra in funzione un meccanismo di riduzione automatica delle posizioni in guadagno sul lato opposto. Chi ha una posizione profittevole e molto leveraggiata può trovarsela chiusa in tutto o in parte senza averlo chiesto. È un evento raro, tipico delle fasi di movimento violento, e la classifica di priorità è in genere pubblicata dalla sede.
Molte sedi applicano inoltre la liquidazione parziale: invece di chiudere l’intera posizione, ne chiudono una porzione sufficiente a riportare il nozionale in uno scaglione con aliquota più bassa. Il risultato è che la posizione sopravvive ridotta, con una nuova soglia da ricalcolare da capo, e che il conto fatto all’apertura non descrive più la situazione.
La verifica in nove passaggi
- Apri la documentazione del contratto e annota l’aliquota di mantenimento dello scaglione in cui ricade il tuo nozionale.
- Verifica se l’aliquota si applica a fasce successive o all’intero valore, perché i due metodi danno risultati diversi.
- Annota la commissione applicata a chi aggredisce il libro: è quella che verrà usata in chiusura forzata.
- Scrivi il margine effettivamente allocato alla posizione, non quello teorico ricavato dalla leva selezionata.
- Applica la formula e ricava la soglia, poi confrontala con il numero mostrato dall’interfaccia.
- Se i due valori distano più di qualche decimo di punto, cerca la voce che manca: quasi sempre è il finanziamento già addebitato.
- Converti la distanza in percentuale sul prezzo di ingresso, perché è quella la grandezza confrontabile fra strumenti diversi.
- Confronta quella percentuale con l’escursione giornaliera tipica dello strumento: se sono dello stesso ordine di grandezza, la posizione è dimensionata male.
- Rifai il conto dopo ogni aggiunta di margine, ogni variazione di quantità e ogni ciclo di finanziamento addebitato.
Il passaggio otto è quello che risparmia più danni. Una soglia distante il nove per cento su uno strumento che si muove del sette in una giornata ordinaria non è una soglia: è un appuntamento, e la sola aritmetica del margine non lo dice.
Che cosa il conto non copre
La formula descrive una posizione isolata su un contratto lineare, in condizioni ordinarie. Con margine condiviso fra più posizioni il calcolo cambia natura, perché il capitale disponibile è comune e la soglia dipende dall’insieme, non dalla singola riga.
Restano fuori anche gli eventi che sospendono la logica ordinaria: interruzioni della negoziazione, guasti dell’infrastruttura, ritardi nell’aggiornamento dell’indice. In quei momenti l’ordine di riduzione preparato in anticipo può non essere eseguito, e la protezione teorica si rivela inefficace proprio quando serviva. È una delle differenze più nette rispetto a una detenzione senza leva, dove nessun automatismo esterno può chiudere la posizione.
Sul piano delle regole, chi presta servizi di negoziazione nell’Unione europea deve informare il cliente sui rischi degli strumenti a leva e sulle condizioni di chiusura forzata. I principi generali sono descritti dall’autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati e, per il mercato italiano, nella documentazione della Consob. La verifica del singolo calcolo resta a carico di chi opera, e le pagine dedicate alla lettura degli indicatori non sostituiscono questo controllo.
Domande frequenti
Perché il prezzo di liquidazione mostrato cambia senza che io faccia nulla?
Perché il margine allocato si riduce a ogni addebito di finanziamento e la soglia viene ricalcolata su quel valore aggiornato. Su posizioni tenute aperte per giorni lo spostamento è visibile, e la direzione dipende dal segno del tasso applicato al lato in cui ci si trova.
Prezzo di fallimento e prezzo di liquidazione sono la stessa cosa?
No. Il prezzo di fallimento è quello a cui il margine allocato risulta esattamente azzerato. Il prezzo di liquidazione arriva prima e incorpora il margine di mantenimento e la commissione di chiusura, cioè il cuscinetto che consente alla sede di chiudere la posizione mentre esiste ancora valore residuo.
Aggiungere margine è sempre la mossa giusta?
È la mossa che allontana la soglia, e non è la stessa cosa. Il capitale aggiunto entra nella parte esposta e in caso di chiusura viene perso insieme al resto. La scelta va confrontata con l’alternativa di ridurre la quantità, che allontana la soglia senza aumentare l’importo a rischio.
Perché la posizione è stata chiusa a un prezzo mai raggiunto sul grafico?
Perché l’innesco avviene sul prezzo di riferimento costruito sull’indice, che può divergere dall’ultimo scambio della singola sede. La verifica si fa sullo storico del riferimento, non su quello del contratto, e le due serie sono pubblicate separatamente.
La soglia calcolata resta valida se aumento la posizione?
No, e non solo per effetto della quantità. Aumentando il valore nozionale si può entrare in uno scaglione con aliquota di mantenimento superiore, che avvicina la soglia anche a parità di margine per unità. Il conto va rifatto per intero a ogni variazione della taglia.
Un prezzo di liquidazione ricavato a mano e confrontato con quello mostrato non serve a smentire l’interfaccia, che quasi sempre è corretta. Serve a sapere quali voci lo compongono, quindi a prevedere in che direzione si muoverà prima che si muova.
